Storia del Sudafrica

Gli attuali confini nazionali dell’Africa meridionale sono stati in gran parte creati nel XIX e XX secolo. Gli odierni stati devono la loro configurazione alle conflittuali ambizioni imperialistiche delle grandi potenze europee, e non tanto a una intrinseca logica geografica, culturale o storica. Da un punto di vista storico risulta perciò più interessante esaminare Sudafrica, Lesotho e Swaziland in modo unitario, almeno fino alla fine del XIX secolo.

La preistoria dell’Africa meridionale prima dell’avvento delle popolazioni dell’età del ferro è ancora incerta, ma la scoperta, avvenuta nel 1998, del primo scheletro completo di Austalopithecus africanus vecchio di 3,5 milioni di anni, in una grotta vicino a Sterkfontein, a nord-ovest di Johannesburg, dovrebbe gettare nuova luce sulla storia dell’evoluzione umana.
Prima della fine del XV secolo, l’espansione musulmana nell’Africa del Nord e Balcani mise in crisi gli itinerari commerciali dell’Europa cristiana, stimolando i portoghesi e gli spagnoli a ricercare una rotta marittima verso l’India e le isole delle spezie nel Sud-est asiatico.

Alla fine del 1487 Bartolomeo Diaz e la sua spedizione raggiunsero il capo, chiamato Cabo de Boa Esperanca. Dieci anni dopo Vasco da Gama raggiunse il Capo e nel 1498 raggiunse finalmente l’India.
I portoghesi dimostrarono scarso interesse per le terre dell’Africa meridionale.
Intorno alla fine del XVI secolo gli Inglesi e gli Olandesi cominciarono a insidiare il monopolio dei commercianti portoghesi e il Capo divenne una tappa consueta per i loro equipaggi e dunque insediamento permanente olandese.
Benché questo insediamento commerciasse con i Khoikhoi, c’era l’espressa volontà di limitare i contatti con le popolazioni locali. Perciò i coloni si trovarono presto a corto di manodopera. Di conseguenza la Compagnia decise di deportare degli schiavi e permettere ad alcuni borghesi di stabilirsi nella zona e di avviare piccole attività agricole.
Gli scontri tra i bianchi e le tribù locali erano inevitabili. I Khoisan furono scacciati dalle loro terre, decimati dalle malattie portate da bianchi, distrutti dalla superiorità delle armi quando cercarono di resistere.

Nel 1795, in seguito all’indebolimento della potenza mercantile olandese, gli Inglesi invasero il Capo per evitare che cadesse in mano ai francesi. Trovarono una colonia di 25.000 schiavi, 20.000 coloni bianchi, 15.000 Khoikhoi e 1000 schiavi neri liberati.
Il potere era concentrato nelle mani di un’elite di bianchi a Cape Town e la segregazione in base al colore della pelle era molto radicata.
In seguito alle guerre napoleoniche, gli Inglesi sconfissero gli Olandesi e la colonia fu ceduta definitivamente agli Inglesi nel 1814. L’Impero Britannico, la cui potenza e baldanza stavano raggiungendo l’apogeo portandolo all’avanguardia del nuovo mondo capitalista, decise di assumere il controllo della colonia.
La scoperta di miniere di diamanti e oro incoraggiò ulteriormente l’immigrazione e l’interesse dell’Impero Britannico per Cape Colony e per l’entroterra colonizzato dai boeri. Le spedizioni sfociarono in due successive guerre boere. Nella prima di queste guerre (1880-1881), i boeri riuscirono ad avere la meglio. Nella seconda guerra boera (1899-1902), gli inglesi tornarono in forze e senza le loro vistose giacche rosse. La guerra fu fortemente osteggiata dal Liberty Party nel Parlamento britannico come non necessaria e costosa, ma le enormi vene di diamanti e di oro presenti nelle repubbliche boere convinsero i Tories a premere per la guerra. I boeri cercarono di allearsi con i tedeschi, che controllavano l’attuale Namibia, e questo fornì ulteriori pretesti per i fautori dell’espansione imperiale britannica a spese delle repubbliche boere.
Il comportamento degli inglesi durante le Guerre Boere fu in seguito ampiamente criticato; tra l’altro, vennero istituiti veri e propri campi di concentramento per i prigionieri, inclusi donne e bambini, e venne adottata la tecnica di bruciare la terra, distruggendo sistematicamente raccolti e fattorie per ridurre gli afrikaner alla fame. Con il Trattato di Vereeniging, il Regno Unito ottenne formalmente il controllo dell’intero Sudafrica.

Dopo otto anni dalla fine della seconda guerra boera, il 31 maggio 1910, le quattro colonie sudafricane (Cape Colony, Natal, Stato Libero dell’Orange e Transvaal) vennero unificate in seno al Commonwealth.
L’Unione Sudafricana prese parte alla Prima guerra mondiale a fianco del Regno Unito. Poco dopo ottenne un mandato della Società delle Nazioni per il controllo dell’Africa del Sud-Ovest (oggi Namibia), strappata ai tedeschi. Nonostante l’aumento del suo prestigio internazionale, l’Unione stava attraversando un periodo di forte crisi interna, con attriti sempre più violenti fra i nazionalisti boeri e la rappresentanza inglese.

Dopo la fine della guerra, nel 1948, il National Party vinse le elezioni, instaurando il regime di segregazione razziale noto come apartheid. La politica dei primi ministri dell’NP che si susseguirono, era infatti basata sull’idea che le diverse etnie del Sudafrica non potessero convivere. In quest’ottica furono istituiti i bantustan, ovvero i territori destinati alle popolazioni nere delle diverse etnie, a cui complessivamente venne ceduto il 13% del territorio del Sudafrica. Il governo cercò anche di formalizzare rapidamente l’indipendenza di questi territori dal Sudafrica, ma non ottenne il riconoscimento dell’ONU. Contemporaneamente, la popolazione nera che era rimasta nelle terre “dei bianchi” (circa il 50%) perse gradualmente i propri diritti civili.

Le opposizioni nere, tra cui l’African National Congress (ANC), furono messe fuori legge; molti attivisti scelsero la via della violenza. L’ANC si limitò a obiettivi strategici, come la distruzione delle centrali elettriche; a causa di una di queste azioni venne arrestato Nelson Mandela.
Il 27 aprile 1994 si tennero le prime elezioni democratiche con suffragio esteso a tutte le etnie, in cui venne eletto presidente il capo dell’ANC Nelson Mandela, cui successe poi Thabo Mbeki nel 1999.

Malgrado le ferite del passato e gli enormi problemi che si preannunciano per il futuro, l’atmosfera che regna attualmente nel Sudafrica è molto più ottimistica e rilassata rispetto ad alcuni anni fa.

La disuguaglianza economica resta un problema spinoso. Con un’economia caratterizzata da salari bassi e con la pesante eredità della scarsa istruzione dei neri, ci vorrà almeno una generazione prima che la maggioranza dei cittadini possa trarre reali benefici economici dalla riacquistata libertà. Ciò che preoccupa la maggioranza dei votanti è trovare una soluzione alle difficili condizioni di vita delle township, fra cui la possibilità di accedere all’acqua potabile e vivere in condizioni ingienico-sanitarie decenti.
Infatti, la crisi sanitaria legata all’AIDS, che interessa 4,2 milioni di Sudafricani, minaccia di far passare in secondo piano qualsiasi altro problema interno. Per giustificare la sua incerta reazione alla crisi, Mbeki ha preso come riferimento l’opinione dell’esigua frangia di scienziati occidentali che affermano che il virus dell’HIV non è responsabile dell’AIDS. Questi farmaci, ampiamente utilizzati nei paesi occidentalizzati, prolungano la vita dei pazienti, ma sono troppo cari per le nazioni africane e per essere somministrati a tutti coloro che ne hanno bisogno.

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